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 4. IL PROGRAMMATORE IN VIAGGIO

E’ indiano, parla perfettamente inglese e qualche altra lingua improbabile. Alto, snelllo, snodato. Denti bianchissimi e sorriso furbo. Abbigliamento incoerente. Cozzano sul suo corpo l’orologio costoso e le scarpe infangate. Particolare davvero bizzaro: indossa  scarpe sporche di terra ( ricordo di una mega-festa all’aperto ) con grande disinvoltura. Dice che non sia necessario levare la terra dalle sue immense calzature, per uno sconosciuto motivo, che non intende rivelare. Stranezze di un uomo stranamente strano!

Di professione fa il programmatore. Non dice con chi lavora, per conto di chi. Passa 10 ore al giorno dinanzi al suo portatile, il resto lo impegna tentando di  imbastire difficili relazioni sociali, nell’ennesima nuova città che lo ospita. Dice che viaggiando riesce a concentrarsi meglio, dice. Che d’altronde gli basta quell’arnese con i tasti, solo quello. Il luogo è irrilevante, anzi a volte fonte di ispirazione. E’ assolutamente convinto dell’esistenza di una larga quota di creatività nel suo lavoro e che “cambiare aria” contribuisce ad alimentarla.

E’ cinico, instaura rapporti funzionali a se stesso. Al tempo stesso terribilmente amabile e comico, imbranato e affascinante.Un uomo che vive nel mondo del suo mondo, tra cifre binarie e sorrisi, algoritmi e addii sempre uguali.

Ecco, anche questa volta si è stancato di stare li. Vorrebbe essere altrove, non solo con un semplice click. Il suo serbatoio di stabilità è già saturo, vorrebbe un oceano per svuotarlo e ripartire e ricominciare. Salutare i pochi amici e distrattamente, congedarsi.

Un uomo senza bussola, orientato casualmente da imput “disorientanti”. Un uomo da poche domande e poche risposte. Uno di quelli che si ricordano, ma non con piacere, nemmeno con dispiacere. Che lasciano un ricordo senza  sapere il perchè.

Il programmatore in viaggio continuerà il suo girovagare, continuerà a lasciare segni impercettibili della sua presenza, per il mondo. Per il suo e per quello creato dagli altri.