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6. IL DIPENDENTE PUBBLICO

 Giacomo Indolenzi imprecando, si avvia lentamente verso casa. Con la sua Fiat Punto ingolfata. Anche questa giornata è finita. L’ennesima, la solita, l’odiosa e tediosa giornata di lavoro. Oggi Giacomo ha avuto il turno allo sportello. Ricezione del pubblico insomma: un’agguarrita sfida tra umori neri, un efficiente esercizio di autocontrollo. Giacomo Indolenzi pensava a quel testardo, “sotuttoio”, impertinente di oggi. Quello che faceva mille domande, pretendeva, invocava diritti. Ma in che paese crede di vivere quello, pensa. In Svezia?? “Siamo in Italia cavolo, ed io non mi sposto di un ciglio dal mio basso orizzonte, ecco!!!!”. Indignato mette la freccia (anche nella sua mente) e svolta verso casa. Unico obiettivo della serata: sprofondare su quel calamitoso divano, nient’altro. Spegnere la mente, nient’altro. Nient’altro.

Giacomo Indolenzi è schematico, mentalmente ingessato. Una vita già palesemente scritta, così come, in miniatura, la sua tipica giornata. Il suo monotono lavoro si riflette in ogni aspetto della vita. Vacanze sempre uguali, week-end in fotocopia, litigi con la moglie clonati dal giorno prima. Uno di quelli incapaci di fare due cose contemporaneamente , che sbruffa per l’informatizzazione degli uffici pubblici (perchè odia quel mostro sulla sua scrivania), che si lamenta per il carico di lavoro degli ultimi tempi perchè “adesso si che si lavora. Non dicessero ora che noi dipendenti pubblici siamo dei fannulloni”. Confonde perfettamente lo sforzo con il dovere. Ma questa, non è una colpa sua.

Giacomo Indolenzi è inconsapevole della sua bieca condizione, della sua vita priva di stimoli. Non una possibilità di promozione, non uno scatto di orgoglio per far valere la sua posizione in ufficio. Non servirebbe a niente. Forse a far ricomparire il suo timido ego, forse a farlo uscire per un istante, salvo poi nascondersi nuovamente nella stessa confortevole tana. Salvato e protetto dalla sua inconsapevolezza, anestetizzato dalla sua “routinante” condizione.

Giacomo Indolenzi in fondo sta bene cosi. Non chiede niente, non ottiene niente.

Ma se solo per un giorno mettesse il naso fuori da quell’ovattata costruzione si renderebbe conto dei giorni persi e di quelli guadagnati, delle scelte consapevoli e di quelle pilotate. Si troverebbe spaesato ed intimamente entusiasta. Spruzzi di adrenalina invaderebbero il suo corpo.

Giacomo è catturato dal divano ora, con il telecomando in mano a mò di scettro. Quel giorno passerà, quello dopo pure. A non passare invece, purtroppo o per fortuna,  sarà la sua “badante” inconsapevolezza.

 

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5. L’AUTISTA PROVOLONE *

Sale profumosa sul bus. Magra, quasi anoressica, capello liscio e biondo. Classica preda verbale dell’autista provolone. Al secondo ed ultimo scalino scatta già la prima battutina, quella dell’approccio. Lei sorride, nella speranza di riuscire a non obliterare il biglietto. Lui la guarda, la riguarda, anzi non c’è spazio tra i due attimi. La fissa direi. Poi all’attacco, nuovamente, con un paio di  scemenze che  gli passano per la mente…….

 L’importante è parlare, farsi notare, essere carismatico (questa parola l’autista provolone l’ha sentita in tv). Normalmente l’unica cosa “lampante” dell’autista provolone è la perenne mezza luna umida che si crea sulla sua camicia,  proprio sotto l’ascella. Un’antiesteticità imbarazzante, evidente. 

L’autista provolone fece di tutto per farsi assegnare quella linea, proprio quella che dal centro arriva all’università. Lo considerò l’apice della sua carriera, la sua massima aspirazione: monotonicità del percorso, mitigata da fresche donzelle da ammirare. Non rimpiange affatto il suo vecchio giro, quello che portava sù,  fino alla città vecchia, dove il massimo del “belvedere” era un’avvenente cinquantenne maliziosa. Per il resto solo dignitose vecchiettine e poco interessanti discorsi sulla pensione. 

L’autista provolone è felicemente sposato, ma lui non ce la fà proprio a non  ammirarle, tanto meno ad approcciarle. Tanto depravato quanto innocuo. Il suo “membro” giura di non aver mai usufruito dei bizzarri approcci del suo padrone.

Monopensiero, deviato. La sua mente si inceppa sempre sullo stesso argomento. E’ capace di vedere un sedere anche nella lettera B.

……..lei abbozza un sorriso ed un paio di smorfie. E’ fatta, passa davanti l’obliteratrice ignorandola. Lui la richiama, lei si blocca di scatto e si avvicina colpevole. Lui ancora sorridente ” volevo solo sapere il tuo nome”. Lei si distende, la sua bocca disegna nuovamente un “plastico” sorriso vuoto. Ancora un pò di smorfie, poi: “BarBara, mi chiamo BarBara”.

Rimane interdetto e per una volta non controbatte. Poi la guarda defilarsi dallo specchietto. Ha visto tre sederi ora, due nel suo nome, uno sul suo corpo. 

Ecco, adesso la sua giornata ha il permesso di  continuare allegramente. La sua mente rimane candidamente  inceppata sul solito argomento. L’autista provolone è soddisfatto ora. Abbozza un sorrisetto e con vigore, appoggia il piedone sull’immenso accelleratore.

* sottotitolo -> 32 posti a “sedere”

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 4. IL PROGRAMMATORE IN VIAGGIO

E’ indiano, parla perfettamente inglese e qualche altra lingua improbabile. Alto, snelllo, snodato. Denti bianchissimi e sorriso furbo. Abbigliamento incoerente. Cozzano sul suo corpo l’orologio costoso e le scarpe infangate. Particolare davvero bizzaro: indossa  scarpe sporche di terra ( ricordo di una mega-festa all’aperto ) con grande disinvoltura. Dice che non sia necessario levare la terra dalle sue immense calzature, per uno sconosciuto motivo, che non intende rivelare. Stranezze di un uomo stranamente strano!

Di professione fa il programmatore. Non dice con chi lavora, per conto di chi. Passa 10 ore al giorno dinanzi al suo portatile, il resto lo impegna tentando di  imbastire difficili relazioni sociali, nell’ennesima nuova città che lo ospita. Dice che viaggiando riesce a concentrarsi meglio, dice. Che d’altronde gli basta quell’arnese con i tasti, solo quello. Il luogo è irrilevante, anzi a volte fonte di ispirazione. E’ assolutamente convinto dell’esistenza di una larga quota di creatività nel suo lavoro e che “cambiare aria” contribuisce ad alimentarla.

E’ cinico, instaura rapporti funzionali a se stesso. Al tempo stesso terribilmente amabile e comico, imbranato e affascinante.Un uomo che vive nel mondo del suo mondo, tra cifre binarie e sorrisi, algoritmi e addii sempre uguali.

Ecco, anche questa volta si è stancato di stare li. Vorrebbe essere altrove, non solo con un semplice click. Il suo serbatoio di stabilità è già saturo, vorrebbe un oceano per svuotarlo e ripartire e ricominciare. Salutare i pochi amici e distrattamente, congedarsi.

Un uomo senza bussola, orientato casualmente da imput “disorientanti”. Un uomo da poche domande e poche risposte. Uno di quelli che si ricordano, ma non con piacere, nemmeno con dispiacere. Che lasciano un ricordo senza  sapere il perchè.

Il programmatore in viaggio continuerà il suo girovagare, continuerà a lasciare segni impercettibili della sua presenza, per il mondo. Per il suo e per quello creato dagli altri.

  cosenza-c.jpg   3. IL TIFOSO COSENTINO

Bicianzu alle 14.15, sistematicamente, una volta ogni due settimane,  si avvia da casa verso lo stadio. Sciarpa rossoblu al collo, ovviamente( quella di lana, anche in piena estate). Abita a due passi dal San Vito e questo ingannevole vantaggio lo porta ad essere sempre in ritardo per la partita. Ma forse inconsciamente lo fa apposta. E’ diventato un rito per lui ascoltare la formazione, annunciata dallo speaker , mentre si incammina verso i cancelli. Passo affrettato e folla rossoblu attorno. Nei giorni di maggior ritardo il nome del  portiere e dei terzini gli sfuggono, per la lontananza, ma la coppia d’attacco no. Quella si che la sente forte e chiara, ormai a due passi dall’entrata.

Bicianzu ha 34 anni  ormai, almeno una ventina nella curva del Cosenza, a sgolarsi e a fumare mariuana. E’ uno di quei romantici tifosi che ricorda a memoria le trasferte e le ciambotte, gli storici striscioni, le collette, le cariche della polizia. Uno di quelli che mostra orgogliosamente i segni di una manganellata. Uno di quelli buoni come il pane, che si immola per gli amici, mandato sempre allo scoperto nelle risse, perchè “Bici’, vai avanti tu che sei bello grosso”.

Bicianzu e’ quello che allo stadio impreca contro l’arbitro, col vocione grosso e rauco. Si infervora cosi tanto che deve tenersi a quello davanti per non cadere. Una mano appoggiata sulla spalla del malcapitato dello scalone più in basso, l’altra ondeggiante nell’aria e…… via con le bestemmie, a squarciagola, nell’ilarità generale.

Bicianzu, nonostante l’età, canta ancora i cori con la medesima intensità di venti anni fa, degli inizi della sua onorata carriera ultrà. Ma quelli nuovi(i cori si intende), proprio non li sopporta. Rifiuta di imparare le parole, di farsi coinvolgere dal loro ritmo. E’  rigidamente tradizionalista in questo.

Bicianzu, come tutti, è schifato dalle recenti peripezie della dirigenza, degli squallidi teatrini, delle promesse mai mantenute. Guarda ancora con diffidenza gli ultimi risvolti positivi. Ne ha viste troppe per illudersi così presto.

Bicianzu sogna la promozione, la scalata del Cosenza verso categorie che gli competono. Ma tutto sommato lui è contento anche cosi. A lui gli basta la curva, il boato, due ore di passione, lo stress scaricato.

A lui gli basta stare in quello stadio, tra la sua gente e tifare per quei ….. due colori magici!!!!!!!!