dalla notte dei tempi

Aprile 22, 2008

8. IL PROFESSORE DI STORIA

Il professor  Zerri  ha 37 anni. Ne dimostra almeno il doppio. E’ già professore universitario. Di storia. Conosce perfettamente tutti gli avvenimenti dalla notte dei tempi fino ai giorni nostri, fino a ieri, anzi fino a qualche minuto fa. E’ dotato di una incredibile capacità di incamerare dati e nozioni, date e nomi, e disporli perfettamente in ordine, senza confusione, lungo un asse che attraversa i millenni. Ha solo 37 anni e sembra inconcepibile che abbia già acquisito un tale bagaglio culturale. Vengono in mente giornate intere a studiare ed anche svariate nottate e forse pure un indefinibile tempo che non esiste, un mistico surplus di tempo,creato dalla storia.

Il professor Zerri ha lezione alle 15. Sono le 15.01: è in ritardo e si affretta nei corridoi dell’edificio. Porta con sè due borse stracolme di libri e scartoffie, una per ogni mano, a bilanciare l’andatura. Odia essere in ritardo, cosi come odia qualsiasi deroga all’ordine delle cose.

 Entra nell’aula gremita, oppressa da un’aria impregnata di profumi acri e di sudore. Gli studenti apprezzano il suo modo di fare lezione ed assistono in massa alle  lezioni, anche per fini utilitaristici evidentemente. Il professor Zerri raggiunge la cattedra e con sorriso beffardo e sincero la aggira e si mette proprio davanti, al cospetto degli studenti. Per nulla intimidito del suo aspetto spiacevole. Il profesor Zerri, tipicamente, possiede tutte le caratteristiche fisiche dello studioso. Proprio tutte. Mostra agli studenti, con allarmante disinvoltura la sua accentuatissima gobba, i suoi occhialoni spessi che gli deformano gli occhi ed un’immancabile calvizie, marchio di fabbrica dello studioso doc. Si posiziona prorpio li, dinanzi la cattedra, quasi a sfidare i giudizi degli studenti, a sbeffegggiare il complesso estetico che non ha. Un intrinseco elogio alla bruttezza.

Il professor Zerri, di prassi, comincia la lezione con la lettura di un brano di un libro. Perchè è li che è racchiusa la storia, o almeno quella raccontata dall’autore. Da lì prosegue un discorso perfettamente scorrevole. Sbalordisce la sua capacità di esprimere i concetti, il suo linguaggio ficcante e mai pomposo. Parla lentamente, si fa capire velocemente. Accelllera il ritmo del monologo solo quando entra nei particolari dei personaggi, degli avvenimenti. Una sorta di “parentesi del gossip”, una contro-storia che nn si trova sui libri di testo. Quando racconta uno di questi aneddoti si eccita leggermente ed un lieve rossore colora le sue guancie, come se stesse spifferando la confidenza di un caro amico. Gli studenti inteneriti prendono appunti e si appassionano  ed ammirano  quell’uomo,cosi  palesemente amante del suo lavoro.

Dai suoi discorsi, che sforano nel filosofico e nel politico, traspare il ripudio della schiavitù  del presente, della tendenza a stare sempre dalla parte del più forte. Di chi, in onore del progresso vorrebbe spazzare via tutto il passato. La storia no. La storia racconta anche degli sconfitti. Lo storico da voce ai vinctori ed ai vinti e gli concede tutto l’onore delle armi, senza ipocrisie e senza repressioni.

Il professor Zerri sostanzialmente è solo. Vive in una città che non è la sua. Ha lasciato tutto per insegnare, accettando la distanza e le fredde abitudini di casa sua.

Il professor Zerri non si sente solo, forse solo un pò abbattuto. A fine lezione come sempre, rimane in aula, osservando gli studenti defluire. Poi con calma riprende i suoi malloppi e che cura li ripone nella borsa.  La sua giornata è già finita e si rammarica che da ora in poi non dovrà più evitare di essere in ritardo. Nessuna altra deroga. Nessuna altra deroga all’ordine delle cose.

 

 

7. LA VECCHIA BIGOTTA

Arzilla come sempre. Passeggia, scrutando con attezione tutto ciò che gli gira intorno. Curiosa, maliziosa, impicciona, come sempre. Passeggia con l’ausilio di un bastone. Un aiuto quasi inutile, irrilevante per la sua spedita andatura. Sembra solo un simbolo. Un inutile tentativo di addolcire il suo aspetto arrogante e perbene. Perfettamente stabile, sulla strada lastricata, che scende ripida verso il paese. La vecchia bigotta lentamente, ritorna verso casa, dopo la messa, come sempre. 

“Eccola li, ti ho beccata” . Un ghigno beffardo ed acido si appalesa sul suo volto. L’ho beccata quella piccola puttanella.Guardala come si struscia, svergognata.Proprio davanti la chiesa.Si si,è lei, la figlia dell’architetto. Lo dicevo io. Come la mamma, proprio come lei. Questi i suoi pensieri mezzi sussurrati, in una solita, domenicale tarda mattinata. 

Eccolo, ben servito il fresco argomento del suo vuoto pomeriggio. Qualche ora di tè, biscotti  e falsa indignazione.

La vecchia bigotta, superba e bigotta, aspettando l’imbrunire, si mette in postazione, il suo irrinunciabile punto di vista. Gomiti appoggiati alla ringhiera ed occhio scrutante. Sfrutta appieno la posizione strategica della sua casetta, proprio al centro del paesino, li a ridosso della piazza. Da li comincia la visione. Un reality paesano, con un solo spettatore (share del 100%). Tutto in regola, con nomination, televoto ed eliminazioni :-). Commenti (esternati per bene e serpeggianti tra le bocche dei paesani) ed ospiti a sorpresa. La vecchia bigotta osserva e trae le conclusioni, esercizio abituale  della sua insulsa vita. Osserva e critica. Ha vissuto da sempre la vita degli altri. La sua è trascorsa perfettamente allineata. Precisa ed impaurita. Con il terribile timore di sforare leggermente…. ed esporsi. Una vita alla finestra. Per niente affascinata dalla piazza, e dalla sua “densità”.

La vecchia bigotta è rimasta sola. Circondata dai suoi affabili pregiudizi. Il marito se n’è andato, lassù in cielo, forse troppo tardi, non a tempo per evitare di assuefarsi alle sue incredibili cattiverie e belle facce.  E’ rimasta sola e non se n’è accorta. Gli anni non le hanno regalato neanche un  pò di saggezza o senile innocenza. Tutt’altro.

 Questo squallido perbenismo l’accompagnerà per il breve tratto della sua vita. Quello mancante. Senza tentennamenti e senza redenzione.

 

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6. IL DIPENDENTE PUBBLICO

 Giacomo Indolenzi imprecando, si avvia lentamente verso casa. Con la sua Fiat Punto ingolfata. Anche questa giornata è finita. L’ennesima, la solita, l’odiosa e tediosa giornata di lavoro. Oggi Giacomo ha avuto il turno allo sportello. Ricezione del pubblico insomma: un’agguarrita sfida tra umori neri, un efficiente esercizio di autocontrollo. Giacomo Indolenzi pensava a quel testardo, “sotuttoio”, impertinente di oggi. Quello che faceva mille domande, pretendeva, invocava diritti. Ma in che paese crede di vivere quello, pensa. In Svezia?? “Siamo in Italia cavolo, ed io non mi sposto di un ciglio dal mio basso orizzonte, ecco!!!!”. Indignato mette la freccia (anche nella sua mente) e svolta verso casa. Unico obiettivo della serata: sprofondare su quel calamitoso divano, nient’altro. Spegnere la mente, nient’altro. Nient’altro.

Giacomo Indolenzi è schematico, mentalmente ingessato. Una vita già palesemente scritta, così come, in miniatura, la sua tipica giornata. Il suo monotono lavoro si riflette in ogni aspetto della vita. Vacanze sempre uguali, week-end in fotocopia, litigi con la moglie clonati dal giorno prima. Uno di quelli incapaci di fare due cose contemporaneamente , che sbruffa per l’informatizzazione degli uffici pubblici (perchè odia quel mostro sulla sua scrivania), che si lamenta per il carico di lavoro degli ultimi tempi perchè “adesso si che si lavora. Non dicessero ora che noi dipendenti pubblici siamo dei fannulloni”. Confonde perfettamente lo sforzo con il dovere. Ma questa, non è una colpa sua.

Giacomo Indolenzi è inconsapevole della sua bieca condizione, della sua vita priva di stimoli. Non una possibilità di promozione, non uno scatto di orgoglio per far valere la sua posizione in ufficio. Non servirebbe a niente. Forse a far ricomparire il suo timido ego, forse a farlo uscire per un istante, salvo poi nascondersi nuovamente nella stessa confortevole tana. Salvato e protetto dalla sua inconsapevolezza, anestetizzato dalla sua “routinante” condizione.

Giacomo Indolenzi in fondo sta bene cosi. Non chiede niente, non ottiene niente.

Ma se solo per un giorno mettesse il naso fuori da quell’ovattata costruzione si renderebbe conto dei giorni persi e di quelli guadagnati, delle scelte consapevoli e di quelle pilotate. Si troverebbe spaesato ed intimamente entusiasta. Spruzzi di adrenalina invaderebbero il suo corpo.

Giacomo è catturato dal divano ora, con il telecomando in mano a mò di scettro. Quel giorno passerà, quello dopo pure. A non passare invece, purtroppo o per fortuna,  sarà la sua “badante” inconsapevolezza.

 

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5. L’AUTISTA PROVOLONE *

Sale profumosa sul bus. Magra, quasi anoressica, capello liscio e biondo. Classica preda verbale dell’autista provolone. Al secondo ed ultimo scalino scatta già la prima battutina, quella dell’approccio. Lei sorride, nella speranza di riuscire a non obliterare il biglietto. Lui la guarda, la riguarda, anzi non c’è spazio tra i due attimi. La fissa direi. Poi all’attacco, nuovamente, con un paio di  scemenze che  gli passano per la mente…….

 L’importante è parlare, farsi notare, essere carismatico (questa parola l’autista provolone l’ha sentita in tv). Normalmente l’unica cosa “lampante” dell’autista provolone è la perenne mezza luna umida che si crea sulla sua camicia,  proprio sotto l’ascella. Un’antiesteticità imbarazzante, evidente. 

L’autista provolone fece di tutto per farsi assegnare quella linea, proprio quella che dal centro arriva all’università. Lo considerò l’apice della sua carriera, la sua massima aspirazione: monotonicità del percorso, mitigata da fresche donzelle da ammirare. Non rimpiange affatto il suo vecchio giro, quello che portava sù,  fino alla città vecchia, dove il massimo del “belvedere” era un’avvenente cinquantenne maliziosa. Per il resto solo dignitose vecchiettine e poco interessanti discorsi sulla pensione. 

L’autista provolone è felicemente sposato, ma lui non ce la fà proprio a non  ammirarle, tanto meno ad approcciarle. Tanto depravato quanto innocuo. Il suo “membro” giura di non aver mai usufruito dei bizzarri approcci del suo padrone.

Monopensiero, deviato. La sua mente si inceppa sempre sullo stesso argomento. E’ capace di vedere un sedere anche nella lettera B.

……..lei abbozza un sorriso ed un paio di smorfie. E’ fatta, passa davanti l’obliteratrice ignorandola. Lui la richiama, lei si blocca di scatto e si avvicina colpevole. Lui ancora sorridente ” volevo solo sapere il tuo nome”. Lei si distende, la sua bocca disegna nuovamente un “plastico” sorriso vuoto. Ancora un pò di smorfie, poi: “BarBara, mi chiamo BarBara”.

Rimane interdetto e per una volta non controbatte. Poi la guarda defilarsi dallo specchietto. Ha visto tre sederi ora, due nel suo nome, uno sul suo corpo. 

Ecco, adesso la sua giornata ha il permesso di  continuare allegramente. La sua mente rimane candidamente  inceppata sul solito argomento. L’autista provolone è soddisfatto ora. Abbozza un sorrisetto e con vigore, appoggia il piedone sull’immenso accelleratore.

* sottotitolo -> 32 posti a “sedere”

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 4. IL PROGRAMMATORE IN VIAGGIO

E’ indiano, parla perfettamente inglese e qualche altra lingua improbabile. Alto, snelllo, snodato. Denti bianchissimi e sorriso furbo. Abbigliamento incoerente. Cozzano sul suo corpo l’orologio costoso e le scarpe infangate. Particolare davvero bizzaro: indossa  scarpe sporche di terra ( ricordo di una mega-festa all’aperto ) con grande disinvoltura. Dice che non sia necessario levare la terra dalle sue immense calzature, per uno sconosciuto motivo, che non intende rivelare. Stranezze di un uomo stranamente strano!

Di professione fa il programmatore. Non dice con chi lavora, per conto di chi. Passa 10 ore al giorno dinanzi al suo portatile, il resto lo impegna tentando di  imbastire difficili relazioni sociali, nell’ennesima nuova città che lo ospita. Dice che viaggiando riesce a concentrarsi meglio, dice. Che d’altronde gli basta quell’arnese con i tasti, solo quello. Il luogo è irrilevante, anzi a volte fonte di ispirazione. E’ assolutamente convinto dell’esistenza di una larga quota di creatività nel suo lavoro e che “cambiare aria” contribuisce ad alimentarla.

E’ cinico, instaura rapporti funzionali a se stesso. Al tempo stesso terribilmente amabile e comico, imbranato e affascinante.Un uomo che vive nel mondo del suo mondo, tra cifre binarie e sorrisi, algoritmi e addii sempre uguali.

Ecco, anche questa volta si è stancato di stare li. Vorrebbe essere altrove, non solo con un semplice click. Il suo serbatoio di stabilità è già saturo, vorrebbe un oceano per svuotarlo e ripartire e ricominciare. Salutare i pochi amici e distrattamente, congedarsi.

Un uomo senza bussola, orientato casualmente da imput “disorientanti”. Un uomo da poche domande e poche risposte. Uno di quelli che si ricordano, ma non con piacere, nemmeno con dispiacere. Che lasciano un ricordo senza  sapere il perchè.

Il programmatore in viaggio continuerà il suo girovagare, continuerà a lasciare segni impercettibili della sua presenza, per il mondo. Per il suo e per quello creato dagli altri.

  cosenza-c.jpg   3. IL TIFOSO COSENTINO

Bicianzu alle 14.15, sistematicamente, una volta ogni due settimane,  si avvia da casa verso lo stadio. Sciarpa rossoblu al collo, ovviamente( quella di lana, anche in piena estate). Abita a due passi dal San Vito e questo ingannevole vantaggio lo porta ad essere sempre in ritardo per la partita. Ma forse inconsciamente lo fa apposta. E’ diventato un rito per lui ascoltare la formazione, annunciata dallo speaker , mentre si incammina verso i cancelli. Passo affrettato e folla rossoblu attorno. Nei giorni di maggior ritardo il nome del  portiere e dei terzini gli sfuggono, per la lontananza, ma la coppia d’attacco no. Quella si che la sente forte e chiara, ormai a due passi dall’entrata.

Bicianzu ha 34 anni  ormai, almeno una ventina nella curva del Cosenza, a sgolarsi e a fumare mariuana. E’ uno di quei romantici tifosi che ricorda a memoria le trasferte e le ciambotte, gli storici striscioni, le collette, le cariche della polizia. Uno di quelli che mostra orgogliosamente i segni di una manganellata. Uno di quelli buoni come il pane, che si immola per gli amici, mandato sempre allo scoperto nelle risse, perchè “Bici’, vai avanti tu che sei bello grosso”.

Bicianzu e’ quello che allo stadio impreca contro l’arbitro, col vocione grosso e rauco. Si infervora cosi tanto che deve tenersi a quello davanti per non cadere. Una mano appoggiata sulla spalla del malcapitato dello scalone più in basso, l’altra ondeggiante nell’aria e…… via con le bestemmie, a squarciagola, nell’ilarità generale.

Bicianzu, nonostante l’età, canta ancora i cori con la medesima intensità di venti anni fa, degli inizi della sua onorata carriera ultrà. Ma quelli nuovi(i cori si intende), proprio non li sopporta. Rifiuta di imparare le parole, di farsi coinvolgere dal loro ritmo. E’  rigidamente tradizionalista in questo.

Bicianzu, come tutti, è schifato dalle recenti peripezie della dirigenza, degli squallidi teatrini, delle promesse mai mantenute. Guarda ancora con diffidenza gli ultimi risvolti positivi. Ne ha viste troppe per illudersi così presto.

Bicianzu sogna la promozione, la scalata del Cosenza verso categorie che gli competono. Ma tutto sommato lui è contento anche cosi. A lui gli basta la curva, il boato, due ore di passione, lo stress scaricato.

A lui gli basta stare in quello stadio, tra la sua gente e tifare per quei ….. due colori magici!!!!!!!! 

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puffo-innamorato.gifpuffo-innamorato.gifpuffo-innamorato.gifpuffo-innamorato.gif                               2. IL TREDICENNE INNAMORATO

 “cazzo com’è bella!!!”.

Scendono come una cascata proprio dinanzi a lui. Il tredicenne innamorato (d’ora in poi “13enne ♥”) non può credere allo splendore di quei capelli, quando si liberano dalla prigionia di quell’angusto casco. Lei è l’unica ragazza della scuola a  guidare il motorino. Non è certamente come quelle ochette delle sue amiche, che fanno il giretto d’atteggio appoggiando le loro sorprendenti tette sulla schiena del fighetto(motorizzato) di turno. Il 13enne ♥ non ricorda da quando tempo è innamorato di Lei. Gli sembra di esserlo sempre stato, fin dalla nascita. A volte gli sembra di morire, non riesce a capire sua madre quando afferma che vorrebbe fare uno scambio di problemi (lui la lite con l’amministratore la gradirebbe certamente di più).

Lei è diversa, interessante, splendidamente vestita. Il 13enne ♥ adora le sue Converse rovinate, i jeans larghi che nonostante le intenzioni non ce la fanno a  nascondere il suo “mandolineggiante” sedere. Lei nell’ora di educazione fisica non è fra il tipico gruppetto che preferisce fumare dietro il campetto, discutendo di stupide trasmissioni televisive. Lei gioca a pallavvolo con i maschi, dando il cinque al povero 13enne ♥ che ad ogni schiocco di mano sente venir meno le sue molli gambe.

Lei, in un modo o nell’altro partecipa spesso ai suoi sogni erotici, alle sue erezioni bagnate. La mattina non riesce a non toccarsi, in barba a tutte le dicerie adolescenziali. (come sgradite conseguenze si va dal più innocuo brufoletto fino alla tragica perdita della vista).

Venerdi sera c’è la festa, è il momento giusto per dichiararsi. Il 13enne ♥ è solo indeciso sulle modalità. Come sarà la sua tattica? Gli balla un pò affianco e poi predispone il corpo per il bacio (con il rischio di rimanere buffamente a baciare l’aria) oppure la invita a fumare fuori dal locale ed apre il discorso dopo interminabili digressioni???? Il 13enne ♥ deve pensare a lungo, valutare, ponderare. Naturalmente esiste anche la terza opzione. La solita insomma, la più collaudata: rimanere tutta la festa a contemplarla sperando almeno in un contatto, in due paroline scambiate, in un sorriso accennato.

Il 13enne ♥ quel venerdì sera lo ha trascorso interamente appoggiato alla colonna della disco, con il bicchiere di noccioline in mano. Occhi fissi su di lei. Con la lingua secca e la bocca salata……

……..ed un brufolo in embrione, che domani spunterà!!!!

respira….respira Carlo!

Gennaio 17, 2008

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Dodici personaggi. Dodici potenziali amici, vicini, nemici. Dodici storie inventate, inquinate da tratti di realtà.

Parte il mio nuovo blog: il mio veicolo digitale, un viaggio gratuito in altri mondi.

                             1. IL NEOLAUREATO

….”ed ora che faccio???”. 

Questo e’ il primo insistente pensiero del neodottore Carlo Congratulazioni. Ha ancora la toga addosso ed e’ già a pieno titolo nell’affollato  mondo dei disoccupati. Il suo amico, Giacomo Accademico, lo aveva avvertito: la gioia dura pressappoco 15 secondi, il tempo della proclamazione. Nonostante tutto  Carlo Congratulazioni sente un senso di sollievo. Non fa più parte dell’ alienante catena di montaggio universitaria, un esamificio sempre aperto, pronto a sfornare pani(esami) insipidi e presto duri. Esami a ruota, non assimilabili: praticamente inutili!!! Quando suo cugino, Giovanni Magistrale, si informava sugli argomenti di questo o quell’ esame(lui era alla stessa facoltà 15 anni fà) le sue risposte erano di una vaghezza imbarazzante. Un vago imbarazzo che lo portava a sviare il discorso, per coprire omertosamente la sua profonda ignoranza.

“Ed ora che faccio???”. Martellante interrogativo: stage, tirocinio, dottrato, master, lavoro temporaneo, seconda laurea, praticandato, concorso pubblico…….”respira…. respira Carlo, tutto presto si risolverà “.

Il dottor Congralutazioni e’ stranito, intoppato. Si convince che forse era meglio intraprendere un’altra strada. Meglio fare il parrucchiere, pensa. Si il parrucchiere, come il suo amico Fabio Barbieri. Lui non ha certamente questi problemi, nessuna paranoia mentale: srotola beate le sue ore di lavoro tra forbici, spazzole e pettegolezzi. Ovviamente la sera ritorna a casa sfinito, ma con la testa leggera. Ecco, il neodottor Carlo ha sbagliato tutto. Quel pezzo di carta gli da troppe responsabilità. Adesso che si e’ laureato ha paura di entrare nel vorticoso mondo del lavoro, di fare la fine di quel suo amico, Francesco Lode: esce ogni mattina, sbarbato e impettito per recarsi al lavoro, rientra a casa sempre allo stesso orario, alle 17.37 cascasse il mondo. Una vita gia’ monotona al terzo giorno di lavoro. Carlo Congratulazioni non è ancora psicologicamente in grado di lasciare consolidate abitudini, come ad esempio il risveglio alle 9.30(quando ci si alza presto), l’imperdibile trittico biblioteca, mensa, caffe’ al bar affianco alla mensa, il viaggietto non programmato. Liberta’ inevitabilmente precluse non appena si varca la soglia di quello stritolante mondo.

E poi non e’ giusto: Il suo collega-amico Andrea Cazzeggio non si è ancora laureato e lui non sorporterebbe ad esempio l’idea di dover riufiutare un suo allettante invito solo perchè “devo svegliarmi presto”. Tanto lui non ha fretta, ha il posto gia’ congelato. Suo padre gli ha conservato un confortevole impiego in una delle sue mille imprese:un posto di comando. Per questo motivo non ha fretta. Carlo pensa che gli studenti più celeri nel laurearsi siano quelli che hanno maggiore improbabilita’ di trovare impiego, maggiore paura di non sistemarsi e cio’ li porta a  ridurre al minimo il tempo della laurea in modo da allungare quello per la ricerca del lavoro, che potrebbe essere, per l’impossibilita’ di avere “calci in culo”, parecchio lungo. Andrea Cazzeggio invece e’ consapevole di questo, non ha necessita’ di comprimere tempi, di affrettarsi inutilmente.

Carlo non ha sogni nel cassetto. Solo piccoli realizzabili desideri. Chissa’ se la sua “generazionale” indecisione gli consentira’ di realizzarli. Carlo sa che e’ meglio un grande sogno irrealizzato che tanti banali desideri compiuti.

“ed ora cosa faccio???”

Carlo ha deliberato. Prenderà un pò di tempo, tutto per se. Vuole guardarsi dentro, riflettere bene…….vuole finalmente riempire quel cassetto.